Premessa
Non mi sono mai considerato un adone e onestamente non mi è mai interessato più tanto esserlo. Ho sempre pensato che a contare dovesse essere altro. Certo, non nego che ci siano dei momenti di alti e bassi in tal senso; momenti di autostima sulle montagne russe, ma dentro di me c’è sempre stata quella concezione che l’apparenza non dovesse prevalere sulla sostanza. Non sono neanche mai stato fotogenico e non ho mai avuto un buon rapporto con fotocamere e specchi, anche se…
Lettura
Qualche sera fa, una delle tante in cui stavo fingendo di aver venduto l’anima al diavolo per diventare il più grande cantante e polistrumentista che il mondo abbia mai visto, tra qualche acuto strozzato in gola per non farmi cacciare di casa dai vicini e qualche salto sui gradini davanti alla porta a simulare una cassa spia su cui salire per coinvolgere la folla, mi sono ritrovato ad andare in bagno. Mentre mi accingevo a igienizzare le mani mi sono guardato allo specchio e mi sono detto: “Ma sai che, alla fine, ma anche all’inizio, da qui sei anche un bel tipetto?”
È una cosa che succede da anni: sempre in bagno e sempre in quei pochi centimetri quadrati di vetro riflettente: che ti specchia in versione mezzo busto e che ti aiuta a trovare meglio i punti neri, ma l’altra sera ci ho intravisto anche qualcosa di diverso. Per la prima volta mi sono reso conto che quel vedermi bene era diventata ormai la consuetudine di un piccolo momento della mia giornata e che me la portavo dietro da chissà quanto. Non negli specchi delle camere da letto e neanche in quelli degli alberghi, dei negozi o degli autogrill… no… solo in quell’ambiente della casa, forse la parte meno nobile (e che le persone tendono a nobilitare più del dovuto). Nello specchio del bagno mi sento bene. Mi vedo bene.
Da qui ho inziato a pensare al fatto che quello specchio potesse essere una sorta di metafora spendibile nella vita di tutti i giorni e ho cominciato a traslare quel riflesso nelle persone a me care per capire chi riuscisse a darmi quelle stesse sensazioni nel quotidiano. Ho pensato ad amici, parenti, conoscenti e, sono certo, se qualcuno di loro dovesse leggere questo articolo, riuscirebbe anche a riconoscersi.
Lì mi sono reso conto di non avere solo un bagno e, soprattutto, di non avere solo uno specchio. Certo, capisco che non debba essere piacevole, d’acchito, sentirsi dire “Sei il mio specchio del bagno”, ma provate a contestualizzare la cosa; provate a immaginare l’importanza e la forza di una frase del genere. A conti fatti credo sia uno dei più bei complimenti che si possano desiderare di ricevere: senza giri di parole, senza voli pindarci, senza scomodare poeti e scrittori, senza inventare vocaboli ad hoc. Poche parole, tutte meravigliosamente sincere.
Chiosa
E poi, per la prima volta dopo tanto tempo, ho rivisto anche me: la persona che è sempre stata la più autocritica e autodistruttiva verso se stesso. Ho accantonato quella sensazione di inadeguatezza che mi stava accompagnando e ho cominciato a guardarmi con occhi più sinceri e consapevoli. Ho cominciato a farlo con quelli di quell’estraneo così familiare che ogni sera vedo riflesso e ho capito che, a prescindere da come siamo e cosa siamo, dobbiamo sentirci giusti. Essere severi con se stessi è cosa buona e giusta soltanto se quel sentimento è teso al miglioramento e non alla demolizione. Per anni ho sempre pensato fosse il contrario senza rendermene realmente conto. Credo di aver scoperto davvero l’acqua calda: sotto forma di vapore su quei pochi centimetri quadrati di vetro riflettente.
E, per te, chi o cosa è lo specchio del bagno?