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A/R

Premessa

Questa volta la premessa serve soltanto a dire che ciò che segue è il prequel della premessa stessa. La fine di questa giornata: imperfetta come ogni giorno deve essere.

Lettura

Apro gli occhi alla prima delle 8 sveglie impostate la sera prima, con in bocca e nello stomaco i sentori e i sintomi di una serata che non è andata come doveva andare. La testa è costantemente schiacciata da un peso leggero, che la continuità ha trasformato in un macigno.

È tremendamente difficile riuscire ad alzarsi dal letto. L’aspettativa di una giornata interminabile alle porte, che si trascinerà lenta, in un posto ormai lontano da quel capo di alta sartoria, che faccio fatica a far calzare come un tempo, per rivedere decine di volti in dissolvenza, come nelle scene dei videoclip pop del decennio che ha segnato la fine del vecchio secolo.

Il supplizio continua sul trono personale. Il tempo scorre; il Maalox non fa effetto e la leva di buon mattino non sarà sufficiente per regalare un minimo di puntualità a questo giorno. Doccia, vestiti, macchina accesa, si parte. Sono poche le curve che dividono casa da quel piccolo lago di acqua sudicia. C’è poco spazio per nuotare; si boccheggia. Per la prima volta non c’è più quella solitudine in quell’agonizzante spiecchietto d’acqua, colorata del colore delle cortecce dei sempreverdi boschivi. I colori si distinguono a mala pena, gli altri Nemo sembrano tutti uguali tra loro; una sola cosa in comune: la sensazione di sentirsi tutti fortunati, nella sfortuna, allo stesso identico modo.

Passo le ore a edulcorare il turpiloquio interiore, cercando di trasformare quei concetti nudi e crudi quantomeno in una bistecca al sangue. Il senso resta, la sostanza anche, l’orecchio ringrazia.

Apro le porte della mia magnifica fortezza a volti nuovi, smettendo di aver paura di mostrare un disordine che fuori non è palese: latente e impercettibile come tutte le vite che presuntuosamente credo di conoscere da pochi fugaci momenti.

Smetto di nuotare e mi rimetto in macchina. Da casa a casa. La lunga lingua d’asfalto scorre rapida sotto di me. È già il crepuscolo e il sole comincia ad averne abbastanza, ricordando al mondo quanto possa essere bello un addio in determinati momenti: riempie la vita di colori nuovi e più accesi, quasi infuocati: una dolce carezza prima di lasciar spazio al buio della sera.

Rivedo chi mi ha messo al mondo. Mi cibo dei loro sacrifici giornalieri e mi rimetto in macchina.

Da casa a casa, per l’ultima volta prima che il calendario aggiunga un altro giorno a quelli passati o ne tolga uno a quelli che restano: questione di punti di vista (vedesi discorso della pienezza del fantomatico bicchiere).

Percepisco, più di altre sere, la Luna, con il suo indecifrabile sguardo, a farmi compagnia. In alcuni momenti mi sembra dubbiosa: magari anche lei, a tratti, insoddisfatta di ciò che vede; in altri momenti mi sembra premurosa, con quell’accogliente sorriso di chi fa sentire il peso della sua assenza; altre volte ancora mi sembra semplicemente felice per chissà quale strana ragione. Le vibrazioni del mio umile mezzo di trasporto, ormai ultramaggiorenne, non portano in dote sicurezza nell’interpretazione.

Per strada solo qualche anima a enfatizzare la mia calma: lasciati indietro lentamente sulla stessa lingua di prima, percorsa con meno fretta. In sottofondo la solita voce che mi accompagna da almeno tre lustri, a ricordarmi di quei sogni adolescenziali di rock ‘n’ roll: quando si viveva di musica e canzoni, poesie e delusioni, sogni e aspirazioni fin troppo grandi da realizzare con l’impegno che, col senno di poi, non ho mai profuso fino in fondo. Io, intanto, contravvenendo al sacro dogma degli ascoltatori seriali, che vuole che il volume dello stereo sia impostato su un multiplo di due o di cinque, decido che per questa sera può andar bene anche ripiegare sul numero primo rappresentante massimo della fortuna che sto cercando.

Sono a casa. È tardi. Cerco di srotolare questo gomitolo di pensieri. Accendo il computer. Inizio a scrivere…

Colonna sonora

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